STORIE. 1990-2020, Paolo Tofoli e il gioco di squadra del Mondiale di Rio

BRESCIA. “Quando vincevamo un mondiale, la settimana dopo tornavamo in palestra come se non avessimo vinto niente”

Di Redazione | Martedì, 29 Settembre 2020 19:04

 Paolo Tofoli con la maglia azzurra ed allenatore del Tuscania


Alla vigilia del trentesimo anniversario della vittoria del primo mondiale italiano, quello di Rio de Janeiro del 1990, le cui immagini sono scorse durante l’estate in una serie di serate “revival” su Raisport, il due volte campione del mondo Paolo Tofoli, protagonista della regia della Generazione di Fenomeni che ha cambiato il modo di guardare alla pallavolo in Italia, rilascia alcune dichiarazioni che riportano alla magica atmosfera di allora. Paolo Tofoli ha nel suo palmarés 2 medaglie d’oro ai mondiali (quello di Rio e quello di Atene) e 3 medaglie alle 3 edizioni delle Olimpiadi a cui ha partecipato (Atlanta, Sydney, Atene), senza contare le numerose medaglie ai tornei europei.

Dopo aver vinto praticamente tutto come giocatore (unico neo la medaglia d’oro olimpica che auspica si possa portare presto nella bacheca italiana con le nuove leve), Tofoli sta lavorando sodo per arricchire la sua carriera di allenatore, negli ultimi anni dopo la promozione in serie A con Tuscania ha guidato la panchina di Siena, Alessano Castellana Grotte in Superlega, una parentesi nel femminile in A1 a Pesaro ed ora il ritorno a Tuscania in A3.

Il suo contributo alla storia della pallavolo è fondamentale, Paolo Tofoli ha sempre dimostrato un carattere umile ma determinato, lucido e amante della disciplina e dell’ordine, un esempio di atleta che ha fatto del sacrificio ma anche della semplicità un suo must, che trasmette anche nella vita quotidiana essendo tuttoggi un uomo di sport molto apprezzato da tutti e vincitore di numerosi premi fair-play. Uno di quegli atleti a cui i giovani palleggiatori oggi fanno riferimento, per la sua tecnica e semplicità, lontano dall’ego o da ogni individualismo, un amante dello sport di squadra. Le partite più importanti della sua carriera Paolo le ha vinte interpretando al massimo il concetto di gruppo, un perfetto collante di squadra, un grande direttore d’orchestra che non ha mai voluto stare sotto i riflettori ma ancora pieno di sogni e di ambizioni per la sua carriera di allenatore, e per la maglia azzurra del domani.

 

Che prima immagine ti viene alla memoria quando ripensi al mondiale di Rio?

“La prima immagine che ho più nitida nella mente è quando esco dalla semifinale, una baraonda incredibile, 25.000 persone nel Maracanasiño, un casino unico, la semifinale col Brasile fu una partita fondamentale che vincemmo 15-13 contro i padroni di casa. Questo è “IL RICORDO” principale che ho di quel mondiale che poi abbiamo vinto”.

 

Battere i brasiliani in casa loro quando due anni più tardi hanno vinto l’oro olimpico, che significato ha oggi?

“Ebbe un significato allora grossissimo, perché erano i padroni di casa e in quel palazzetto c’era un casino incredibile: diventammo poi campioni del mondo e acquisimmo la consapevolezza di essere una squadra forte, ma ancor di più vincere la finale con Cuba 3-1 con cui avevamo sempre perso, (nel girone di qualificazione ci avevano asfaltato)ci fece comprendere ancor meglio la nostra forza”.

 

Che cosa ne pensi della nazionale attuale, credi che abbia le carte giuste per riuscire nell’impresa di un oro olimpico?

“La nazionale ha le carte in regola per vincere, le ha da anni, i giocatori ci sono e anzi adesso usciranno anche delle nuove leve; l’Italia rimane sempre tra le prime squadre al mondo, però per vincere la medaglia d’oro ci vuole quel qualcosa in più. Sono convinto che prima o poi ci riusciranno”.

 

Oggi sei un allenatore, riesci a vedere in che cosa la mentalità vincente di quella generazione di atleti che ha vinto tanto si differenzia rispetto alla mentalità di vivere lo sport degli atleti di oggi?

"Questo è difficile da dire, sicuramente noi avevamo una mentalità vincente, non mollavamo mai, eravamo una squadra grintosa e avevamo la consapevolezza di essere forti, le squadre che giocavano contro di noi sapevano che era difficile batterci. Quella nazionale si è differenziata da altre: quando vincevamo un mondiale dopo una settimana andavamo in palestra come se non avessimo vinto niente. Questa è stata la nostra forza non eravamo mai appagati mai ci siamo adagiati. I giovani oggi non so se abbiano le stesse motivazioni ma sicuramente non bisogna di fare di ogni erba un fascio, ci sono molti giocatori che hanno grinta e voglia di fare ed emergere".

 

Preferisci il gioco con il metodo cambio palla o rally point system? Perchè?

"Sicuramente anche se ero affezionato al cambio palla il rally point system ha portato un cambiamento radicale nella pallavolo, questo dimostra il fatto che una volta c’erano molti più schemi e incroci, avanti o dietro, oggi il gioco è molto più lineare. Si è sviluppato molto il gioco di pipe al centro e rimane solamente la differenziazione dei primi tempi dei centrali, altrimenti la palla è spinta in 4 o 2 con la pipe. Con il rally point system ogni palla è punto ed è comprensibile anche a chi di pallavolo non è intenditore, prima magari non si riusciva a capire quando era punto e quando cambiopalla per i profani. A me piace di più giocare così, inizialmente era stato fatto anche per accorciare un po’ le partite, ma alla fine i match rimangono lo stesso molto lunghi soprattutto quelli combattuti".

 

Esistono oggi squadre come quelle di Cuba che avete battuto in finale, che abbiano basato il loro sistema di gioco quasi esclusivamente su un atleta fortissimo come era Despaigne?

"No, secondo me non esistono squadre oggi che si basano solo su un giocatore, soprattutto nel maschile; in quella nazionale cubana sì, Despaigne era la punta di diamante, basti vedere anche gli ultimi punti del campionato del mondo, praticamente attaccava solo lui, era Despaigne contro l’Italia, un giocatore eccezionale. Adesso non vedo squadre che si possano basare solo su un giocatore; il bello della pallavolo è che si tratta di uno sport di squadra, un gioco corale in cui c’è bisogno di tutti, uno non fa la differenza, forse nel femminile già di più, se c’è una donna molto forte può fare la differenza".

Che effetto ti ha fatto rivedere quelle partite in tv trasmesse questa estate?
"Mi ha fatto molto effetto rivedere quei match perchè era tutta un’altra pallavolo, a parte il pallone bianco, il gioco era più lento, si parla di trent’anni fa...ma vedere quei match mi ha dato sempre adrenalina, mi è venuta la pelle d’oca...era da un po’ che non le rivedevo e poi so che le hanno viste in tanti, mi hanno chiamato molti entusiasti e mi ha fatto piacere".

Come è stato vivere la tua adolescenza e maturità combaciando il fatto di essere in Nazionale e quindi sotto regole sportive ed educative severe, ha avuto un impatto significativo sulla tua formazione adulta?

"Sicuramente è stato importante, l’importanza di vivere all’interno di una squadra e di un gruppo con regole, disciplina e rispetto dei compagni e dell’avversario, sono principi che mi sono portato dietro nel mio modo di vivere che mi hanno aiutato e insegnato tanto: non è facile vivere insieme ad altre persone, allenarsi mattina e pomeriggio, tutto questo mi ha dato disciplina e maturità che ho potuto poi utilizzare anche nella vita quotidiana: lo sport di squadra ti insegna senza dubbio come comportarti all’interno di un gruppo".

 

Servizio a cura di Linda Stevanato

 

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